The Security Blankets are elegant pink cotton crib blankets, decorated with the characters of Alice in Wonderland, but embroidered with phrases taken from a survival manual in which techniques are taught to being able to stop a sexual assault. The embroideries of the instructions to fight/survive violate the innocence of the nursery and carry out a conceptual operation of brutal unmasking of the taboo that limits sexual violence to silence; through this way, this unmasking is also transformed into a warning for future generations.
Commissionato da Maria Grazia Chiuri, realizzato in collaborazione con Dior e curato da Paola Ugolini, questa installazione monumentale mette insieme arte, moda, femminismo ed eredità storica, sovvertendo simbolicamente e concettualmente i paradigmi patriarcali che storicamente la Galleria degli specchi della Reggia di Versailles rappresenta e trasformandola così nella Galleria delle ombre.
Realizzata in due diversi contesti, Baby dull è una performance che mette al centro l’intimità come spazio di negoziazione e di potere.
Per la performance Baby Dull del 2020 da Spazio Taverna (Roma), Silvia Giambrone instaura una collaborazione con alcuni professionisti di diversi settori chiedendo loro di dare, secondo le loro competenze lavorative, una interpretazione del suo comportamento mentre lei performa l’azione di indossare delle ciglia legate a delle catene attaccate al muro realizzate da lei come vere e proprie sculture. I professionisti chiamati a partecipare sono: Stefano Ambrosetti (Avvocato), Massimo Bassan (Fisico Gravitazionale), Igor Branchi (Etologo), Davide Enia (Scrittore), Isabella Pratesi (Naturalista).
L’azione compiuta dall’artista viene così interpretata in modi molto diversi rivelando il vuoto di verità implicito nelle trappole tese dall’identità socialmente intesa e mettendo quindi in guardia dai rischi nei quali si incorre quando la conoscenza diventa potere.
Il tema della performance diventa quindi l’introiezione della violenza, esplorata nelle sue possibili interpretazioni.
Sedie in legno, rami di acacia spinosa, polivinilcloruro, bitume, vernice per vetro
150x85x85 cm
Combinando materiali diversi in una architettura dinamica eppure stabile, questa opera vuole evocare gli aspetti più inquietanti del domestico. Attraverso un approccio poetico, rappresentato dall’intrusione di forze esterne nella relazione, l’opera mette insieme l’ambiente domestico – le due sedie in dialogo – e la natura – i rami di acacia spinosa, detta anche ‘spina santa’ perché la stessa della corona di spine del Cristo – in un equilibrio che mostra la fragilità della vita. La casa diviene così proiezione sacra e profana della psiche.
Al centro di un tappeto persiano, una parte del tessuto viene divelta. Questo vuoto viene esaltato da una composizione di fiori secchi interamente ricoperti da polvere da sparo. La decorazione floreale, mimetica rispetto a quella del tappeto, si fa tridimensionale e si arma di polvere di sparo, svelando per analogia come l’ambiente domestico sia un campo di battaglia alla stessa stregua di quelli che ospitano una guerra.
aste da mircrofono, mezzaluna, pelapatate, strofinaccio, set di coltelli da formaggio
Nobody’s room utilizza degli oggetti da cucina come se fossero microfoni che raccolgono testimonianze e al contempo le negano svelando una tensione e un senso dell’assurdo che simboleggiano l’incomunicabilità che appartiene alla sfera domestica. Nobody’s room è anche utilizzata per l’omonima performance.
Nel 2013 durante un viaggio in Giappone ho avuto l’occasione di intervistare Shoso e Keiko, due tra i pochi Hibakusha (sopravvissuti all’olocausto nucleare) disposti a raccontare la propria vita ed esperienza. Quello che mi ha davvero impressionato della loro testimonianza è stato che entrambi hanno dichiarato che, pur essendo sopravvissuti, la bomba per loro non ha mai smesso di detonare, dal momento che per il resto della loro vita dovettero nascondere di essere stati ad Hiroshima durante e dopo il bombardamento. Per i sopravvissuti della bomba atomica, infatti, era difficile trovare un lavoro o riuscire a sposarsi, a causa della costante minaccia di potersi ammalare o di mettere al mondo figli malati per le radiazioni a cui erano stati esposti. Sia Shoso che Keiko hanno dichiarato che il momento peggiore della loro vita non fu la bomba ma gli anni successivi in cui soffrirono per amore. Shoso perse ogni speranza quando gli fu impedito di sposare la fidanzata perché il padre di lei non voleva che la figlia andasse in sposa a un potenziale infetto. Keiko sentì di perdere tutto quando rimase vedova. Seppure sopravvissuti, le loro vite erano rimaste ferme allo scoppio della bomba.
Questa è la ragione per cui ho preso l’immagine dell’orologio (ritrovato dopo l’esplosione ed esposto ora al museo della pace di Hiroshima) che riporta l’orario esatto della deflagrazione e sono intervenuta spostando in avanti di un minuto la lancetta dei minuti e aggiungendo la lancetta dei secondi che oscilla così avanti e indietro ininterrottamente tra passato e futuro.
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