Dal luglio del 2019 all’aprile del 2020 ho avuto uno stalker virtuale, uno sconosciuto, che mi ha mandato in totale 46 video di lui che si masturba tramite una piattaforma social.
Combinando il materiale video originale che mi ha mandato con la mia testimonianza scritta in forma di sceneggiatura, Everyday dicks non è solo la mia risposta creativa alla molestia subita, ma anche una riflessione sul potere delle immagini , sulla pratica contemporanea diffusa della pornografia, e sull’era del DICK PIC nella quale viviamo.
Realizzata in due diversi contesti, Baby dull è una performance che mette al centro l’intimità come spazio di negoziazione e di potere.
Per la performance Baby Dull del 2020 da Spazio Taverna (Roma), Silvia Giambrone instaura una collaborazione con alcuni professionisti di diversi settori chiedendo loro di dare, secondo le loro competenze lavorative, una interpretazione del suo comportamento mentre lei performa l’azione di indossare delle ciglia legate a delle catene attaccate al muro realizzate da lei come vere e proprie sculture. I professionisti chiamati a partecipare sono: Stefano Ambrosetti (Avvocato), Massimo Bassan (Fisico Gravitazionale), Igor Branchi (Etologo), Davide Enia (Scrittore), Isabella Pratesi (Naturalista).
L’azione compiuta dall’artista viene così interpretata in modi molto diversi rivelando il vuoto di verità implicito nelle trappole tese dall’identità socialmente intesa e mettendo quindi in guardia dai rischi nei quali si incorre quando la conoscenza diventa potere.
Il tema della performance diventa quindi l’introiezione della violenza, esplorata nelle sue possibili interpretazioni.
Commissioned and produced by In Between Art Film for the project Mascarilla 19 – Codes of domestic violence, Domestication shows, through an imaginative language, the effects of the introjection of an oppressive education on a couple relationship.
performance con Silvia Giambrone e Dalila Cozzolino
Padiglione James Wines, Parco sculture, Fondazione Pietro e Alberto Rossini, Briosco (MB)
videoproiezione
col., loop
Attraverso il dispositivo architettonico – il padiglione di James Wines che si trova nel parco sculture della Fondazione Pietro e Alberto Rossini – Atto unico per mosche racconta l’alienazione domestica e l’invisibile e misteriosa corrispondenza tra persone, oggetti, spazio e tempo.
performance con Silvia Giambrone, Davide Enia, Dalila Cozzolino, Andrea di Palma
Nobody’s room è una performance che si esegue utilizzando la scultura omonima composta da aste da microfono e oggetti da cucina.
Il testo è liberamente tratto da ‘Indicazioni stradali sparse per terra’, del poeta e drammaturgo bosniaco Nedzard Maksumic che ha scritto venti punti per sopravvivere ad una guerra. Ho riadattato il testo togliendo i riferimenti diretti alla guerra e ai massacri e trasformandoli in diciassette punti per sopravvivere al proprio ambiente domestico.
Il testo riadattato è il seguente:
1. In questo contesto nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima, ora si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee degli altri.
2. In queste condizioni nessuno è intelligente. Non si deve credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni di una volta sull’insensatezza di ciò, in un batter d’occhio si trasformano in un selvaggio grido, non appena si viene a conoscenza di cosa è accaduto.
3. Bisogna non ricordare nulla e provare a dormire senza sonno, ornarsi di amuleti. Avere fede nel fatto che saranno d’aiuto. Bisogna avere fede in qualsiasi segno. Ascoltare attentamente il proprio ventre. Agire secondo le proprie sensazioni. Se si pensa che non bisogna camminare per quella strada, allora andare per un’altra.
4. Bisogna non avere paura di niente. La paura genera nuova paura e blocca. Bisogna credere fermamente di essere stati prescelti a restare vivi.
5. Bisogna non lasciare lavori a metà. Saldare i debiti. Essere puliti. Non fare nuove amIcizie. Già con quelle vecchie si avranno abbastanza preoccupazioni
6. Bisogna proteggere i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che si è esistiti. Se tutto brucia, se si perde tutto, se ti prendono tutto… si dovrà dimostrare anche a se stessi che una volta si era. Ammassare tutto nei sacchi di plastica, seppellirli nella terra, murarli nelle pareti, nasconderli, e solo ad alcuni svelare la mappa per raggiungere il tesoro.
7. Bisogna non legarsi alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d’arte, alle biblioteche… Trasformare in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarsi in alcun modo al denaro. Appena si può scambiarlo con la libertà.
8. Adoperarsi per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma farlo ugualmente. Non aspettarsi alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi si fa il bene. Non legarsi alle proprie azioni.
9. Non dire ciò che si pensa. Non essere così stupido. Perché appena si pensa non si appartiene più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi a qualcosa. Parlare, così, giusto per parlare.
10. Se ci si imbatte nel pericolo, non essere coraggiosi, neppure spinti dalla disperazione. Tentare di sopravvivere. Fare tutto quanto è nelle proprie possibilità. Soltanto bisogna stare attenti a non mettere altri in pericolo con i propri tentativi. Finché non si è morti si è vivi. Sembra comprensibile. Non toglierselo mai dalla testa. Se occorre sacrificarsi, farlo per le persone cui si vuol bene, non farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se si resta vivi, si vedrà quanto sarà difficile continuare a credere in loro.
11. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c’è di mezzo la vita. E’ una questione di buon gusto. Pensare solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con chi ti ha risparmiato la vita.
12. Non mettersi a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ci si voltasse a cercare aiuto, dietro non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarsi al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare. Bisogna sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessuno modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato dl bere una birra. E’ vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.
13. Non stupirsi di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non farsi deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti così, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Così tanti sono delusi da loro stessi che in confronto la propria delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un’altra volta.
14. Cercare di essere sempre prudenti. Se si ha bisogno di una buca in cui ripararsi, scavarsela da soli. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.
15. Non si ha il diritto di adirarsi con nessuno. E tuttavia, è necessario non dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidere di cosa non ci si vuol più ricordare. Se tutto è passato, non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.
16. E però, non fondarsi su questo. Non aspettare l’occasione per potersi rivalere. La vendetta deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se si sopravvive, si vive per se e per quelli che sono sopravvissuti.
17. E ancora, non credere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo è. A me è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantenere per sé il pezzetto della propria verità. Servirà soltanto a se stessi. Rinunciare al diritto di scrivere la storia dell’assedio. Non contrapporsi ai nomi di quelli che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimasta in sospeso. In quel momento, la storia è già stata scritta. Non c’è posto qui per la propria verità.
Ora che si sa tutto questo, provare a proteggere se stessi e forse a salvarsi la testa. Se non ci si riesce, almeno non ci si annoierà.
Nel 2013 durante un viaggio in Giappone ho avuto l’occasione di intervistare Shoso e Keiko, due tra i pochi Hibakusha (sopravvissuti all’olocausto nucleare) disposti a raccontare la propria vita ed esperienza. Quello che mi ha davvero impressionato della loro testimonianza è stato che entrambi hanno dichiarato che, pur essendo sopravvissuti, la bomba per loro non ha mai smesso di detonare, dal momento che per il resto della loro vita dovettero nascondere di essere stati ad Hiroshima durante e dopo il bombardamento. Per i sopravvissuti della bomba atomica, infatti, era difficile trovare un lavoro o riuscire a sposarsi, a causa della costante minaccia di potersi ammalare o di mettere al mondo figli malati per le radiazioni a cui erano stati esposti. Sia Shoso che Keiko hanno dichiarato che il momento peggiore della loro vita non fu la bomba ma gli anni successivi in cui soffrirono per amore. Shoso perse ogni speranza quando gli fu impedito di sposare la fidanzata perché il padre di lei non voleva che la figlia andasse in sposa a un potenziale infetto. Keiko sentì di perdere tutto quando rimase vedova. Seppure sopravvissuti, le loro vite erano rimaste ferme allo scoppio della bomba.
Questa è la ragione per cui ho preso l’immagine dell’orologio (ritrovato dopo l’esplosione ed esposto ora al museo della pace di Hiroshima) che riporta l’orario esatto della deflagrazione e sono intervenuta spostando in avanti di un minuto la lancetta dei minuti e aggiungendo la lancetta dei secondi che oscilla così avanti e indietro ininterrottamente tra passato e futuro.
colletto ricamato sulla pelle dal Dott. Franco Nucci
La performance Teatro anatomico fa parte di una più ampia indagine sulla pratica del ricamo, pratica storicamente rilevante tra le cosiddette “arti femminili”. Considerata oggi preziosa perché parte di un mercato artigianale di importante valore economico, il ricamo rappresenta una competenza straordinaria, maturata dall’esercizio di pratiche coercitive incarnando la forte ambiguità che talvolta la cultura promuove con l’ausilio della bellezza. Se, per un verso, il ricamo era una delle poche espressioni creative concesse alla donna, per un altro verso bene rappresentava l’adesione inconsapevole delle donne stesse ad una precisa cultura del genere.
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